2000-anni-mantovaniDuemila anni mantovani
La prima sezione del Museo ripercorre, principalmente attraverso sculture e dipinti, le vicende storiche e culturali della città e del suo territorio, dall’età romana sino al presente:
1. Marmi, dal I al XV secolo.
2. Bronzi ed intagli lignei del Rinascimento.
3. Dipinti, dal XV al XIX secolo (ai quali sono dedicati due volumi del catalogo generale).

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Particolare da portagioie a smalto: “Trionfo di Venere”.

Gli smalti
La serie degli smalti, munifico dono di un collezionista mantovano, comprende opere di soggetto sacro, immagini profane e oggetti d’uso, eseguiti secondo la tecnica dello smalto dipinto, avviata a Limoges nel XVI secolo e ripresa a Parigi nel XIX. Questa collezione di smalti dipinti, la più ricca al mondo, comprende opere mirabili, come i trittici devozionali, i piatti en grisaille, i preziosi cofanetti e il polittico a parete, che ripropone la pala d’altare eseguita per il re di Francia Francesco I, il quale vi è ritratto insieme con la sposa Claudia d’Orleans.
Si veda il primo volume del catalogo.
Altri smalti sono presenti al museo nella sala degli Arredi e nelle sale Gonzaga.

 

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Particolare da cofanetto in avorio.

Gli avori
L’ampia esemplificazione esposta al museo, di un’arte raffinata quale quella dell’intaglio in avorio, comprende tre cofanetti d’ambito islamico (XI-XII secolo) provenienti dalla Cattedrale. Da privati invece tutti gli altri, tra cui una rarissima statuetta dell’arte classica, trittici medievali, cofanetti e altre opere medievali, rinascimentali e barocche. Integra la serie degli avori una pregevole Madonna col Bambino in ambra, eccezionale per le sue dimensioni.
Per saperne di più si veda il terzo volume del catalogo.

 

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Particolari da monete romane repubblicane.

Le monete
La collezione numismatica raccolta da Pietro Zappa è costituita da quasi quattrocento pezzi; in larghissima parte monete romane di età repubblicana. L’esposizione al pubblico, corredata di touch-screen, di un campione di sessantasette, rappresentativo dell’intera collezione, permette di tracciare le linee portanti dello sviluppo della monetazione dall’età classica fino al termine dell’impero e agli albori del medioevo.
Si veda il piccolo catalogo dedicato.


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Ampolline liturgiche in oro.

Arredi liturgici
Gli oggetti qui esposti esemplificano la cura che la Chiesa mantovana ha dedicato nei secoli allo splendore della liturgia. Le opere esposte sono databili dal XIII al XX secolo, con un cospicuo gruppo di arredi settecenteschi tra i quali spiccano capolavori di Giovanni Bellavite e le croci capitolari donate dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria.
La sala presenta tra l’altro un monumentale tabernacolo dorato e il grande armadio seicentesco dei canonici del duomo, utilizzato come singolare espositore; ritratti documentari; una Madonna col Bambino di Alessandro Algardi; una serie di croci astili, raffinati ostensori e la sontuosa croce pettorale dell’abate di Santa Barbara. Non meno pregevoli i paramenti: una dalmatica raffigurante i Misteri Gaudiosi, opera cinese donata da San Pio X già vescovo di Mantova, il parato da messa donato dalla marchesa Maria Teresa Peyri Cavriani alla chiesa di Pozzolo, e un opulento piviale in fili d’oro e d’argento, realizzato a Toledo dal celebre Miguel Molero e portato a Mantova dall’unico vescovo spagnolo della diocesi, Juan de Portugal de la Puebla.



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Sale Gonzaga
I Gonzaga, signori di Mantova dal 1328 al 1707, sono celebri anche per le opere d’arte che avevano raccolto nei loro palazzi. In seguito a vendite e saccheggi, esse si sono perdute o sono pervenute a musei lontani; in città rimangono quasi soltanto quelle presenti in questo museo, nelle sezioni dei dipinti antichi, delle armature e degli arazzi di Parigi, nonché in queste due sale, ove una serie di preziosi attesta il fasto e il gusto che caratterizzò la corte mantovana, e insieme l’ampiezza dei suoi orizzonti politico-culturali.Sala Gonzaga I
Tre arazzi del tipo detto millefiori, francesi del primo Cinquecento, fanno da sfondo a una serie di capolavori, tra i quali: una Madonna col Bambino, in argento dorato, francese del XIV secolo; il celebre Messale Romano detto di Barbara di Brandeburgo, caposaldo della miniatura italiana del XV secolo; la fastosa stauroteca (reliquiario della Vera Croce) che include smalti realizzati a Bisanzio nel X secolo; un San Giorgio dei fratelli Dalle Masegne; impronte di sigillo per due cardinali, rispettivamente opera di Mantegna e di Cellini. Singolare inoltre la “cassa da guerra”, pirografata, del XVI secolo.Sala Gonzaga II
Sono qui riunite altre straordinarie opere di oreficeria, donate dai signori di Mantova alla basilica palatina di Santa Barbara e alla Cattedrale. Tra di esse l’urna di Santa Barbara in oro, ebano e quarzo; il fastoso reliquiario di Sant’Adriano, in avorio, argento e tartaruga; la ricca Croce di papa Clemente VIII; il gioiello in oro e gemme, col Nome di Gesù in diamanti; il raffinatissimo cofanetto parigino in madreperla.
Si veda il volume del catalogo dedicato a Ori e avori, e il DVD di Claudio Compagni, Stile sacro al Museo diocesano Francesco Gonzaga.

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Armatura di fattura milanese, fine XV secolo.

Armature
Nel 1930, il barone inglese Sir James Gow Mann comunicò all’inglese Società degli Antiquari la scoperta che le armature di cui erano rivestite già dal XVI secolo un gruppo di statue del santuario delle Grazie non erano di cartapesta, come erroneamente si riteneva, ma erano autentiche. Qui riunite, esse compongono un corpus di rilevanza mondiale, essendo la più cospicua raccolta di armature italiane del XV e XVI secolo. Oltre alla gigantografia dell’interno del santuario (riproducente una stampa ottocentesca), ad evocare l’ambiente d’origine, dalle cui volte pende un coccodrillo, ne è stato qui posto un altro, proveniente dal seminario diocesano.
Si veda il volume che, a cura di Alberto Riccadonna e Lucio Iasevoli, pubblica la completa traduzione italiana della prima relazione del Mann.


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Maurice Dubout (?): “La trasfigurazione”, particolare di arazzo, 1598 ca.

Gli arazzi di Parigi
Oltre agli arazzi millefiori, si devono ad un esponente della famiglia Gonzaga anche i sei esposti in questa sala. Essi infatti furono commessi dal titolare del Museo, il venerabile vescovo Francesco, che li fece realizzare a Parigi mentre vi si trovava in qualità di nunzio pontificio, e al ritorno a Mantova li collocò nella cattedrale, a integrazione dell’amplissimo ciclo figurativo che egli affidò a vari artisti, tra i quali Teodoro Ghisi, Ippolito Andreasi e Antonio Maria Viani.
Il ciclo intendeva tradurre in immagini il Catechismo del Concilio di Trento, del quale i sei arazzi illustrano il capitolo della Pasqua: la Pasqua annunciata, con l’episodio della Trasfigurazione; la Pasqua realizzata, con l’incredulo Tommaso che tocca il corpo del Risorto; la Pasqua completata, con l’Ascensione di Gesù al cielo; i frutti della Pasqua, con il dono dello Spirito Santo a Pentecoste e, nei due arazzi di minori dimensioni, una rassegna di santi.
I santi scelti a rappresentare tutti i beneficiari della Pasqua sono i due apostoli Pietro e Paolo, Anselmo, patrono della città e della diocesi, il papa Celestino, di cui in cattedrale si veneravano le spoglie, e quattro francescani (Bernardino da Siena, Diego di Alcalà, Francesco d’Assisi e Antonio di Padova), dell’Ordine cioè del quale il vescovo Francesco era stato Ministro generale. Egli stesso si è poi fatto raffigurare nella scena dell’Ascensione, con l’indicazione della sua età che consente di datare gli arazzi al 1598. Pregevoli sono anche le cornici, con scenette monocrome raffiguranti episodi connessi con le scene maggiori, nonché stemmi del committente e, sul lato inferiore, la sua impresa: un’ara su cui si immola il Mistico Agnello, con la sigla FFG (che sta per Frate Francesco Gonzaga) e il motto Soli Deo honor et gloria, “Soltanto a Dio l’onore e la gloria”.
La recente identificazione di alcuni disegni preparatori ad opera di Stefano L’Occaso ha permesso di assegnare l’invenzione degli arazzi al parigino Henri Lerambert, pittore di corte di Enrico IV proprio negli anni in cui il vescovo Francesco si trovava a Parigi. Al rientro a Mantova egli li donò alla cattedrale, collocandoli nell’abside. In seguito i quattro maggiori furono spostati sui pilastri della cupola, come testimonia il dipinto di Vindizio Nodari Pesenti, che raffigura la messa pontificale del vescovo Domenico Menna il 18 marzo 1947.


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“I sacri vasi”, seconda metà XVIII secolo.

Memorie della diocesi
La sezione raccoglie testimonianze relative alle vicende della diocesi.

1. (collocato a sinistra dell’ingresso alla sala Gonzaga I) Ritratto devozionale di Luigi Gonzaga, il futuro santo, fatto eseguire dalla madre, Marta Tana Gonzaga, in occasione della sua beatificazione.

2. Statua di Sant’Anselmo, patrono della diocesi, modesta replica di quella in argento requisita da Napoleone. Nella vetrina: originali ex voto rinvenuti nell’urna del suo corpo incorrotto.

3. Un dipinto raffigurante il Concilio di Trento, il cui ultimo presidente fu il cardinale Ercole Gonzaga, vescovo di Mantova.

4. Ritratti dei vescovi succeduti al titolare del Museo, il Venerabile Francesco Gonzaga.

5. (nella saletta adiacente) Espressioni della principale devozione mantovana (il Preziosissimo Sangue di Gesù, venerato nella basilica di Sant’Andrea).


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Giuseppe Bazzani: “Vulcano e Cupido”, 1720-1730.

Giuseppe Bazzani
Giuseppe Bazzani è il maggiore degli artisti nati a Mantova, dove ha trascorso l’intera vita (1690-1769) affrescando palazzi nobiliari e dipingendo tele di soggetto sia sacro sia profano, con esiti che lo fanno riconoscere come un maestro del Settecento europeo.
Il Museo Diocesano Francesco Gonzaga ospita la più nutrita collezione delle sue opere, che consente di ripercorrere per intero il suo itinerario artistico e comprende capolavori quali Vulcano e Cupido, L’Assunzione della Vergine, la Deposizione della Cattedrale e la Visione di San Romualdo.

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